Sic transit corpus meus/ Dialoghi anoressici

Tu, che hai la pelle intonacata sulle ossa, tu, che hai gli occhi appoggiati nel gorgo delle orbite, tu. senza labbra che non siano crepate, senza un sorriso che non sia vomitato. Dico a te, devi smetterla di venirmi davanti, devi scegliere sempre altre strade, diverse dalle mie, perchè non voglio più vedere il tuo passo da mite predatrice, la morte falsificata che mi porgi ogni mattina. E’ per te che non scrivo canzoni e che s’è seccato l’inchiostro della biro, per il tuo sbattere sul tavolo le carte truccate del tuo sogno ammalato. La tua carne consumata vapora nella sera come fumo lieve, senza odore, senza rimpianto.

Provo piacere nel guardare la lama delle tibie , nel rimirare allo specchio, girando il lungo collo, la linea delle scapole che spezza la mia schiena desolata, solleva la pellicola che mi tiene sul filo e mi impedisce di andare. Voglio restare, qui, a dichiarare con voce non più mia la bellezza di un orgasmo di dolore.

Ieri ho incontrato tuo padre ed ho visto ciò che potresti o potevi diventare. Sappi che quelle rughe sono anche tue. Ho avvertito i suoi pensieri, conoscendo i suoi problemi. Aveva la barba lunga ed un vestito marrone, stava nel mondo come per caso. Nel suo naso adunco e nelle sue insicurezze ho rimestato parte di te.

Non so. Davvero non so cosa spinga questa voglia di levitare tra voi. Voi che mi guardate e vedete bellissima la mia ascesi, tanto da parlarvi alle orecchie, con sussurri da piccole spie compunte. Odio i grandi culi che vi riportano a casa. Le vostre mani cariche di borse, il sangue grasso che vi traspare nelle mucose. Ma non vedete la bellezza di questo dolore segaligno che ci tiene avvinti? Non percepite il fiato leggero che sta dietro il suono della mia voce ed il suo giungere dal nulla, che io, io sola sono stata capace di creare? Lavorando giorno e notte a sottrazioni dolorose ho scavato scure gallerie nel mio corpo e lì vi ho costretti ad amarmi, poveri pianeti se io sono il sole.

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