…Il padre di Virgil era uno che sognava, non sapendo combattere aveva dato al miracolo le chiavi del rifugio possibile. Poi aveva chiuso la porta e rifatto per anni lo stesso percorso incapace. Dormiva pochissimo e ingrassava il suo astio al rifiuto degli altri. Il suo mondo, goccia a goccia, travasava nella follia. Tutto sommato era una follia dolce, un cancro silenzioso che toglieva il respiro così piano che ti ci saresti abituato. Non sempre era stato così, aveva anche avuto momenti migliori, progetti più grandi e li aveva inseguiti con l’orgoglio del cane, velleità che un carattere pieno di autostima mal riposta aveva sempre sconfitto. O forse, a pensarci bene, soltanto l’avversità beffarda di una luna perennemente traversa lo aveva sconfitto. Comunque. Alla fine era stato un padre utile, si era attirato, benché non consciamente, la rabbia necessaria del figlio e ne aveva plasmato la voglia di essere diverso. L’egoistico essere periferico del padre aveva alla fine disegnato le giuste distanze. Non era cattivo, o lontano. Proprio, di meglio, non era in grado di fare. Nato in una famiglia poverissima era stato l’unico a frequentare le scuole dell’obbligo, i fratelli e le sorelle erano morti da un pezzo, dei genitori gli restavano l’odore di vino e di fumo, il fatalismo inutile degli sguardi bassi. Forse l’energia positiva l’aveva spesa tutta da ragazzo, annaspando per essere qualunque cosa, rivoluzionario, poeta, commediografo esistenzialista, periferico bohemienne ubriaco di piccole cose che gli sembravano grandi. A calci nei denti si va poco lontano. Era morto da solo, con le labbra arricciate a tirare il respiro e l’aria che fischiava entrando in gola poco alla volta pareva una metafora crudele dell’avarizia del mondo nei confronto degli uomini piccoli. Virgil era nato che suo padre aveva 23 anni, a quel tempo lui lavorava in un ufficio statale e odiava il suo lavoro come fosse una malattia. Diana, con la grande pancia a punta, lo raccattava ogni sera nelle due o tre osterie frequentate dagli artisti.
- Ehi Diana, siediti qui vicina che racconto anche a te –
Quelli seduti al tavolo con Virgil avevano sorrisetti beffardi, Diana gli occhi mansueti. Si erano conosciuti una sera che Diana, forse l’unica nella sua vita, era andata a teatro…